Bloccare il traffico di armi, costruire strutture di resistenza

La vicenda
Nella serata del 24 agosto un Boeing C-17A Globemaster III della Kuwait Air Force, matricola KAF343, è atterrato all’aeroporto di Pisa. Mentre dalle immagini si deduce che l’aereo si trovasse lì per caricare o scaricare materiale compatibile con sistemi di artiglieria contraerea, dai tracciamenti pubblici è stato possibile ricostruire le diverse tratte effettuate dallo stesso velivolo nei giorni precedenti, attraverso scali di rilevanza militare in Kuwait, Italia, Stati Uniti e Regno Unito. Non è tuttavia possibile stabilire se tali voli facessero parte della stessa operazione o trasportassero il medesimo materiale.
Molti aspetti sono ancora da chiarire. Non si sa con certezza in quale parte dell’aeroporto si trovasse l’aereo (se la parte a uso civile o quella a uso militare), se stesse caricando o scaricando armi, e quale fosse la destinazione. Tuttavia, quel che appare chiaro è il coinvolgimento dell’Italia negli scenari di guerra globale e l’utilizzo di questo territorio della Toscana come hub logistico-militare, sempre più palesemente asservito agli interessi degli Stati Uniti e alle sue avventure belliche in Iran. In Kuwait gli Stati Uniti dispongono di importanti installazioni militari, mentre l’Italia opera ufficialmente nel Paese con un dispositivo dedicato alla difesa aerea e all’assistenza tecnica alla Kuwait Air Force. Pochi giorni dopo l’episodio di Pisa, gli Stati Uniti hanno nuovamente attaccato l’Iran. Non abbiamo elementi per collegare direttamente il volo transitato dall’aeroporto Galilei a quell’operazione, ma questo contesto rende ancora più urgente conoscere natura e finalità della movimentazione.

Non un caso, un sistema
Questa vicenda non rappresenta un caso isolato, ma l’ennesima prova del ruolo italiano nell’escalation bellica globale, ruolo che le istituzioni vorrebbero nascondere ma di cui la città viene a conoscenza solo grazie al lavoro di denuncia dal basso. Già nel marzo 2022 i lavoratori dell’aeroporto civile Galileo Galilei di Pisa avevano scoperto e denunciato insieme al sindacato USB un carico di armi destinate al conflitto in Ucraina, rifiutandosi di caricare l’aereo che ufficialmente avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari. Da quel momento, grazie ad un costante lavoro di monitoraggio e denuncia fatto dal basso, i movimenti di mezzi, carri armati, esplosivi, munizioni e truppe nell’hub militare che si sviluppa tra Pisa-Livorno-Piombino è uscito sempre più allo scoperto.
Dal Porto di Livorno e Piombino ai binari che collegano Pisa con Camp Darby, il trasporto di armi è divenuto centrale nell’organizzazione logistica della catena globale della guerra, tanto che in questi anni gli investimenti – sia italiani che statunitensi – per il rafforzamento infrastrutturale di queste arterie è cresciuto, con l’obiettivo di rendere le forze militari sempre più integrate e rapide. Ponti girevoli, rafforzamento del trasporto su rotaia (es. Tombolo, Pontedera), riqualificazione dei canali (è il caso del canale dei Navicelli che rappresenta la principale arteria di comunicazione via acqua tra Camp Darby e porto di Livorno), cementificazione della costa (Darsena Europa) e nuove banchine stanno trasformando irreversibilmente il territorio con il chiaro obiettivo di rendere efficienti al massimo le operazioni militari.
Quello che vediamo nel nostro territorio non è altro che il riflesso di quello che avviene su scala più ampia. Già nel 2022 l’Agenzia esecutiva della Commissione Europea CINEA aveva messo a disposizione 330 milioni di euro per progetti legati alla mobilità militare, mentre nel 2024 l’approvazione da parte dell’Unione Europa del Regolamento 2024/1679 ha ulteriormente istituzionalizzato e rafforzato il processo, già avviato negli anni precedenti, di adattamento dual use delle reti europee alle esigenze della mobilità militare.
Nel contesto italiano, Rete Ferroviaria Italiana (RFI) ha immediatamente recepito questa indicazione e nell’aprile 2024 ha sottoscritto un accordo di collaborazione con Leonardo per “realizzare un progetto condiviso nell’ambito della Military Mobility, un’iniziativa Ue finalizzata ad aumentare le capacità infrastrutturali e digitali esistenti, per assicurare la movimentazione di risorse militari, all’interno e all’esterno dell’Europa, anche con breve preavviso e su larga scala”.
Tutto questo non fa che confermare la strategicità delle infrastrutture in questa guerra globale che non potrebbe esistere senza la possibilità di organizzarsi materialmente nei territori come il nostro.

L’Italia è in guerra
Tutti i sondaggi esistenti, qualunque sia la declinazione della domanda o il focus, mostrano una diffusa preoccupazione e rifiuto della guerra nel paese. Tra questi, colpisce il sondaggio Censis effettuato in Italia su un campione di 1.007 individui tra 18 e 45 anni – in pratica i soggetti potenzialmente più coinvolti in una eventuale chiamata alle armi – “solo il 16% sarebbe pronto a combattere, il 39% proclamandosi pacifista protesterebbe di fronte al richiamo delle forze armate, il 19% invece diserterebbe o fuggirebbe per non prendere parte alle ostilità, evitare il fronte e non assistere al bagno di sangue.”
E nonostante l’instancabile sforzo del governo – Crosetto in prima linea – nel propagandare ideali di difesa della patria, e riformare il sistema al fine di reclutare persino minorenni e integrare civili nell’esercito, questo sentir comune resta maggioritario nella società.
Se quindi le persone non vogliono la guerra, la guerra va organizzata di nascosto.
Le dichiarazioni del Governo Meloni hanno cercato a più riprese di rasserenare l’opinione pubblica rispetto all’estraneità dell’Italia nell’escalation mondiale, al conflitto in Iran, al genocidio in Palestina. Eppure, ogni giorno dall’Italia partono mezzi e truppe. Si finanziano nuovi progetti che coinvolgono l’esercito USA o aziende israeliane direttamente coinvolte nel genocidio. Si stringono accordi di collaborazione industriale-militare. C’è una guerra globale che macina continuamente morti tra i civili, e l’Italia c’è dentro mani e piedi.
Alla fine, anche lo Stato ha dovuto ammetterlo. Infatti, come riportato dall’Osservatorio Repressione, per negare l’accesso ai dati sui traffici di armi nel porto di Ravenna – accesso che è garantito e regolato dalla legge 185/1990 – l’Avvocatura dello Stato ha fatto riferimento alla “guerra mondiale a pezzi e ibrida” e “alla sicurezza nazionale, la difesa, gli interessi militari e le relazioni internazionali dello Stato”, riconoscendo di fatto il coinvolgimento dell’Italia nell’escalation globale.
In questo contesto, il passaggio da civile a militare avviene in modo fluido, senza grandi sconvolgimenti: sui binari dove transitiamo tutti i giorni iniziano a correre treni militari, le fabbriche che producevano componenti per l’automotive continuano a produrre la stessa cosa ma per venderla ad aziende militari, e la guerra non la si dichiara – anzi si dichiara la pace – ma la si fa.

Il ruolo dei territori: monitoraggio, denuncia, blocco
La legge prima citata (185/1990) fu una conquista dei movimenti contro la guerra che garantiva il controllo del Parlamento e dei cittadini sulle esportazioni di armi italiane, al fine di monitorare e impedire che l’Italia vendesse armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani. Oggi è in corso l’iter di modifica della legge 185/1990, con norme che rischiano di ridurre drasticamente la trasparenza della relazione annuale al Parlamento, eliminando in particolare informazioni essenziali sulle operazioni bancarie connesse al commercio di armamenti. La trasparenza dell’informazione diventa un ostacolo da abbattere, che si tratti di export di armi o di nuove basi militari, come denunciamo da anni. Questo esempio è indicativo di come il governo voglia insabbiare in modo sistematico ogni informazione relativa alla compravendita di armi, imponendo un silenzio totale sul tema della guerra e sulle sue complicità con regimi non democratici e persino genocidari come quello di Israele.
Eppure, a prescindere da come si concluderà l’iter di modifica della legge, sappiamo che già oggi ai territori non è dato sapere niente, sebbene paghino direttamente il prezzo di queste scellerate decisioni con cui le comunità vengono tenute in ostaggio e messe a rischio. Basti pensare alla pericolosità di vivere vicino a basi militari che, specialmente durante fasi apicali dei vari conflitti in corso, si trasformano in possibili target strategici; o al fatto di abitare vicino a fabbriche di munizioni come la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa, esplosa poche settimane fa a Colleferro, esplosione che solo per caso non si è trasformata in una tragedia. Non abbiamo diritto a sapere niente, eppure ogni giorno la guerra trasforma le stazioni, gli aeroporti, i porti, le strade e i luoghi di lavoro che attraversiamo quotidianamente in un campo minato, i cui rischi ricadono tutti sulle persone comuni.
In questo scenario, i territori hanno dimostrato di rifiutare di essere vittime e complici della guerra. Dai portuali organizzati nei porti di Livorno, Genova, Gioia Tauro, Piombino, Ravenna, ai ferrovieri che hanno protestato contro l’uso delle reti ferroviarie per la guerra, passando per il blocco del carico di armi e mezzi militari fatto dal Movimento No Base lungo i binari alla stazione di Pisa, l’opposizione concreta alla guerra si fa sempre più forte e capillare. Ogni azione che smaschera la guerra la rende visibile, la blocca, può mettere in crisi la logistica di guerra anche solo per qualche ora, o qualche giorno, obbligando le controparti a cercare nuove soluzioni, fare percorsi più lunghi, evitare alcuni orari o luoghi. Tutto ciò inceppa la macchina bellica, una macchina che viene oleata, trasformata, rafforzata per rendere ogni operazione il più rapida possibile. Non possiamo fare presagi sul futuro, ma sappiamo che se la guerra è qui, è da qui che bisogna costruire infrastrutture di resistenza.

Movimento No Base

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